Ora che la Settimana della Birra Artigianale e il primo “St. Patrick’s Day” della Staffetta sono alle spalle, possiamo riprendere fiato e tirare le somme di quello che è successo in questi giorni.

In una location perfetta come quella della taproom, incontrare altri appassionati di birra artigianale e confrontarsi su programmi e progetti è servito a far conoscere il lavoro che c’è dietro la nostra associazione e dietro le nostre birre. Avere Elisa della Taverna del Vara e Chiara di Vapori di Birra alle spine conferma la volontà di legarci ancora di più al territorio, potenziare una rete che non punta alla quantità e alla distribuzione, quanto alla qualità e all’ecosostenibilità dei nostri prodotti.

Questo era il percorso che era stato deciso all’inizio della creazione del nostro gruppo Arci, questo il percorso che abbiamo trasmesso alla nostra “costola” esclusivamente brassicola de “La Staffetta degli Homebrewers”.  Per San Patrizio si è sugellato quello che avevamo in cantiere da un po’ di tempo, presentare una birra progettata, seguita e sviluppata dai nostri homebrewers, da ragazzi che in passato hanno seguito i corsi organizzati dalla Staffetta e sono passati dalla teoria alla pratica… e che pratica!

Abbiamo presentato la prima di una serie di birre a marchio “La Staffetta degli Homebrewers”, siamo partiti con una Oatmeal Stout – quale modo migliore per onorare San Patrizio? – da 7,5% abv, che ha pensato bene di darsi il nome da sola durante la cotta “casereccia” e metterci tutti d’accordo subito. Date un po’ una occhiata qui:

Notato qualcosa di particolare? Vogliamo evidenziare qualcosina, in modo da rendere la lettura più semplice?

Quando una birra che pianifichi abbia sentori di cioccolato e caffè durante il risciacquo delle trebbie ti comunica il suo nome con un chiaro riferimento alla “moka”, non puoi ignorarlo.

Il nome l’ha scelto lei, noi abbiamo ubbidito prendendolo come un segno del destino! E il nome è stato suggellato da una classica espressione dialettale che c’è scappata al primo assaggio: “Mocc’ ce birr!” che astraendo dal significato letterale e volgare potremmo tradurre in italiano con “ohibò quale bevanda dal gusto interessante abbiamo prodotto!” e che ha segnato il definitivo passaggio del primo di livello di terronese del nostro buon Sandro, pisano di nascita e ormai terrone d’adozione, fulcro del progetto LSdH.

Da bravi homebrewers il primo passo  è stato fatto in casa, un giorno in cui avevamo in programma una doppia cotta di due nuove ricette, una Scottish e una Stout, entrambe con lieviti liquidi.

Lieviti liquidi che hanno regalato emozioni contrastanti: la Scottish è tornata ai box per un pit stop, volendo scimmiottare il gergo da Formula 1, la Mocc’ ha fatto il giro più veloce della pista e si è piazzata in pole position per diventare la prima creatura “ufficiale” della Staffetta degli Homebrewer.

Iniziare con una produzione massiccia – come detto prima – non è nel nostro DNA.

Le cose buone hanno bisogno di tempo, di essere studiate, coccolate, perfezionate. Qui entra in gioco “La Taverna del Vara” e la sua Mastra Birraia Elisa, che ci ha spalancato le porte del suo birrificio e ci ha permesso di fare una cotta pilota da poco meno di 100 litri, permettendo ai nostri homebrewers di confrontarsi con la realtà successiva a quella della produzione casalinga.

Il resto della storia, chi ha avuto il piacere di essere con noi a San Patrizio, lo conosce: primo fusto attaccato alle 18, secondo fusto seccato alle 24.

I primi 40 litri di Mocc’ spazzolati in 6 ore, nonostante altre 4 spine – e chi è passato dalla nostra taproom conosce che spine! – attive.

Si è chiuso il cerchio che è un po’ il sogno di ogni homebrewers: progettare la birra, farla in casa, trovarla così buona da volerla far conoscere agli altri, trovare un birrificio con cui collaborare, produrla, farla spillare e vedere che gente che non hai mai visto nè incontrato la beve e la apprezza, spiarne “sott’occhio” le reazioni, vedere la faccia soddisfatta dopo il “mezzo dito” di assaggio e vedere che ne viene richiesta una intera… e rivedere sulle loro facce la stessa espressione che avevamo noi quando s’è fatta, che in un film muto verrebbe sottotitolato con una sola parola: “Mocc’!”

 

 

 

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